Avere il coraggio di dare coraggio.

 

Il coraggio non si impara… O meglio, probabilmente si impara, ma un po’ lo devi avere dentro. A me il coraggio “fisico”, il coraggio di buttarmi e rischiare fisicamente di farmi male è sempre un po’ mancato. Non sono mai stata spericolata: quando sciavo, nonostante anni e anni di lezioni, in cima ad un muro di ghiaccio ogni volta avevo paura. Tantissima paura, che spesso mi bloccava, e mi faceva venire solo voglia di sganciare gli scarponi dagli sci e andare giù aggrappandomi con mani e piedi alla neve, o ai rametti che spuntavano dal bianco.


Poi non lo facevo: poi in me vinceva la voglia di farcela, e sapevo anche che, una volta superato l’ostacolo, mi sarei divertita: avrei passato la giornata con i miei amici a sciare, ridere,  e fare la buffona.


Ma in quel momento, prima di affrontare il muro, quella sensazione di vertigini mista a paura mi faceva puntualmente trovare bloccata, in piedi, con le mani che stringevano fortissimamente le racchette e il vento freddo che mi pungeva il viso. E la paura di darmi la prima spinta verso valle. E una grandissima invidia per i miei amici, che si lanciavano giù come pazzi, incoscienti del pericolo. Da un anno ho smesso di sciare.   Ho quindi decretato,  anche grazie alla mia pigrizia congenita, che la parte più bella della montagna sta nella cioccolata al bar degli impianti, nelle passeggiate nella via principale del paese, e nei raggi del sole preso, quando c’è,  alla base delle piste.


Poi però diventi genitore, e il coraggio non è più solo affare tuo. Perché il coraggio è contagioso. Come la paura. E l’avere paura di affrontare i muri di ghiaccio o il freddo della montagna non è più solo una tua caratteristica sulla quale fare dell’ironia e riderci con gli amici. Il punto è che dare coraggio ad un figlio è un esercizio – almeno per me – difficilissimo. Perché la amo infinitamente, e se potessi la metterei in una teca, al sicuro da tutto e da tutti. Sapendo però perfettamente che dentro ad una teca ad un certo punto l’ossigeno finisce. E allora mi rendo conto che il regalo più grande che io le possa fare è affrontare prima di tutto le mie paure. Affrontarle, capirle, e superarle, per quanto possibile. Insegnarle ad arrampicarsi, e poi lasciare che lo faccia da solo. E fidarmi.

Ma non c’è scelta nel decidere se dare coraggio o no ad un figlio. E lo sta scrivendo quella che piagnucolava all’idea di affrontare un muro di ghiaccio. Non c’è scelta, perché dare coraggio significa regalare fiducia, stima, amore. Significa allontanarsi da se stessi, dalle proprie paure, dai propri limiti. E dal proprio egoismo.
Significa amare così tanto un figlio da farlo entrare nella vita vera. Senza tenerlo dietro alla gonna, senza riempirgli la testa di paure, di ansie e di “guarda che poi ti fai male”.


Con il rischio che si faccia male davvero…  Significa amarlo così tanto da aiutarlo a rialzarsi senza dirgli “te l’avevo detto”. Significa spingerlo a riprovarci, quando si sentirà scoraggiato, e quando magari saremo tentati dal trattenerlo in casa, per non preoccuparci più.
𝓢𝓲𝓰𝓷𝓲𝓯𝓲𝓬𝓪 𝓪𝓿𝓮𝓻𝓮 𝓲𝓵 𝓬𝓸𝓻𝓪𝓰𝓰𝓲𝓸 𝓭𝓲 𝓭𝓪𝓻𝓰𝓵𝓲 𝓬𝓸𝓻𝓪𝓰𝓰𝓲𝓸.
Significa semplicemente non rubargli giorno dopo giorno la speranza, ascoltando le mie paure.

ANTONELLA

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