Tutto bene, grazie, e tu? 

Tutto bene, grazie, e tu?   

Mi hanno insegnato a cercare sempre il lato positivo delle cose, anche di quelle più dolorose. Ho imparato negli anni – sbagliando, soffrendo, sbattendo contro porte chiuse – che l’unico modo per guarire è riderci su. Ridere di me, prima di tutto, e poi ridere delle situazioni. Ridere anche mentre si piange, che è una cosa triste e bellissima. Ho imparato che quando si soffre ci sono cose vitali – ogni singolo messaggio, ogni singolo abbraccio – ma poi a un certo punto bisogna processare quella sofferenza da soli, e che ricominciare a regalare sorrisi è un atto di amicizia e di amore. E anche di egoismo: sorridere fa stare bene chi lo fa.

Ho incontrato persone che avevano sofferto tanto, e che non smettevano di ridere. Sono state le persone che mi hanno insegnato di più. Un giorno una di queste persone mi ha detto:  Non esistono le classifiche del dolore. E sai perché? Perché certo, io ho vissuto un dolore grande, ma che ne so della tua vita? Potresti essere la mia migliore amica, e potrei comunque non sapere nulla delle tue sofferenze.

Siamo cumuli di storie che da fuori sembrano quasi sempre felici, ci piace dire che siamo forti e che supereremo ogni ostacolo, siamo cresciuti con la pubblicità dell’uomo che non deve chiedere mai, e poi piangiamo per una scena stupida di un episodio stupido di una serie stupida, e quelle lacrime tirano fuori il passato che fa ancora male e il futuro che ci fa paura. Non esistono persone sempre felici, esistono persone che decidono di regalare sorrisi agli altri perché è così che si fa, perché i sorrisi sono regali.

Poi esistiamo noi – tutti noi – quando nessuno ci vede. Esistono le nostre manie, le paure, i ricordi, le difficoltà nel rispondere: 𝙏𝙪𝙩𝙩𝙤 𝙗𝙚𝙣𝙚, 𝙜𝙧𝙖𝙯𝙞𝙚, 𝙚 𝙩𝙪?

Ed è anche solo per questo,  che dovremmo rispettare chi incontriamo ogni giorno, lontano o vicino, amico, collega, parente o sconosciuto. Dovremmo rispettarlo in modo profondo e chiederci ogni volta: 𝘾𝙝𝙚 𝙣𝙚 𝙨𝙤 𝙞𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙨𝙪𝙖 𝙫𝙞𝙩𝙖?

ANTONELLA

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